Guida
all'ascolto: Beck

"I'm
a loser, baby" (sono un perdente…): con queste parole inizia nel 1994
la carriera di Beck Hansen, un ragazzino
biondo sul quale nessuno avrebbe scommesso un dollaro. Gli anni, però,
passano per tutti e oggi il "menestrello" dell'indie rock, dopo il clamoroso
successo di "Midnite vultures", è probabilmente il nome più caldo e
trendy del panorama americano dell'anno 2000. Merito di un sound futuristico
e originalissimo che, facendo tesoro della lezione di Frank Zappa, ha
finito per "cibarsi" delle influenze più varie e antitetiche per creare
qualcosa di assolutamente inedito. Ma durerà? Un hippie da terzo millennio
Beck David Campbell (prenderà il cognome della madre - Hansen - dopo
il divorzio dei genitori) nasce l'8 luglio
1970 a Los Angeles nel bel mezzo di una famiglia d'artisti.
Basti dire che la madre Bibbe è un'attrice teatrale che ha lavorato
con la Factory di Andy Warhol, il padre David è un apprezzato musicista
bluegrass, il nonno Al è uno dei più noti esponenti del movimento di
musica contemporanea noto come fluxus, la nonna Audrey è poetessa e
attrice, il fratello Channing è pure lui musicista contemporaneo, il
patrigno Sean Carrillo, invece, gestisce un coffee shop nel centro della
città dove ospita artisti d'ogni genere. Da un simile coacervo di arte
e follia, ovviamente, non poteva che venir fuori un enfant prodige che
crescerà imbevuto di controcultura hippie e dei più svariati e inclassificabili
influssi artistici. La leggenda, comunque, narra che gli
esordi musicali di quel ragazzino smilzo e biondo
risalgano solo al 1988 quando Beck, non ancora diciottenne, registra
un nastro casalingo intitolato "The banjo story". E quello è l'inizio
di tutto… Approdato fortunosamente all'etichetta Sonic Enemy (che, peraltro,
fallirà di li' a poco), il nostro esordisce ufficialmente nel 1993 con
"Golden feelings", un lp oggi assolutamente introvabile dove, però,
sono contenuti già molti "germi" della sua musica futura. Anticipato
dall'altrettanto irreperibile mini album "A western harvest field by
moonlight" (uscito per la Fingerpaint), il primo, vero successo underground
di Beck porta invece il nome di "Stereopathetic soulmanure" che, oltre
ad essere il primo disco distribuito in tutti gli States (dalla Flipside),
è anche il primo manifesto programmatico delle coordinate "beckiane".
Raccolta definitiva delle prime, schizofreniche registrazioni effettuate
tra il 1988 e il '93, l'album trae le sue origini dal post punk rumoroso
e sperimentale dei Sonic Youth e dal garage rock grezzo e primordiale
dei Pussy Galore, ma il senso dell'umorismo assurdo e delirante che
trapela da canzoni come "Jagermeister Pie" e "Satan Gave Me
a Taco" è già completamente riconoscibile. Storie di perdenti, alieni
e altro La pietra angolare della prima parte della carriera di Beck
è però, senz'alcun dubbio, "Mellow gold", l'album con il quale il giovane
musicista compie il "grande salto"
andando a incidere per una major come la Geffen. Non è chiaro come un
illustre sconosciuto come lui sia riuscito ad arrivare in breve tempo
alla corte imperiale del rock alternativo anni '90, ma sembra che Karl
Stephenson, produttore principiante appena assoldato dalla grande casa
discografica, fosse molto amico di Tom Rothrock e Rob Schnapf, che erano
stati i due scopritori di Beck e ne avevano curato i primissimi lavori.
Fatto sta che, dopo le "anticipazioni" di "Loser" e "Beercan"
(due mini album sul primo dei quali appare anche la censuratissima "Mtv
makes me wanna smoke crack"), "Mellow gold" appare nei negozi
di dischi nel marzo del 1994 e, grazie al ritornello orecchiabile e
diretto dell'ormai notissima "Loser",
entra rapidamente nella hit parade di Billboard. Emerso finalmente dalle
sabbie dell'underground losangeleno ed entrato a sorpresa nel giro che
conta, Beck si esprime subito ad altissimi livelli e "Mellow gold"
è un disco che, fin dal primo ascolto, lascia esterrefatti per la sua
inventiva. Dalla prima all'ultima canzone Beck suona come se non esistessero
divisioni tra i generi, mischiando con la massima libertà rock, rap,
folk, psichedelia e country. E anche se il suo senso dell'ironia è spesso
debordante e grossolano, la sua musica non raggiunge mai il kitsch e
la scrittura è costantemente ispirata.
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