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Testimonianza ne sono una serie di canzoni che, pur parzialmente debitrici al passato sperimentale, sono già dei veri gioiellini di concisione. E' il caso del folk urbano di "Pay no mind (Snoozer)", della tempesta simil-industrial di "Motherfucker", dei ricordi garage di "Fuckin' with my head", dell'eterea acustica di "Black hole" e del folk rock gentilmente sardonico di "Nitemare Hippy Girl". E' una vertiginosa dimostrazione di abilità musicale che dimostra di essere già strettamente legata a un senso della scrittura semplice ma intelligente che, pur citando pagine già scritte, non è mai derivativo. "Mellow Gold", probabilmente, è il punto di partenza di un nuovo modo di concepire il rock e Beck, da questo punto di vista, è l'unico, degno erede di quel grande e irriverente sperimentatore che fu Frank Zappa. Contemporaneamente al successo di "Mellow gold", la K Records di Olympia pubblica intanto "One foot in the grave" (registrato un anno prima) che, con le sue tessiture malinconiche e fortemente influenzate dal folk, anticipa di quattro anni il capolavoro "Mutations". A differenza di "Mellow gold", il Beck di "One foot in the grave" è molto più intimistico e introspettivo e dimostra di saper scrivere anche delle melodie dal sapore intenso e vibrante che ricordano la tradizione dei grandi songwriters degli anni '70. Musica totale? "Mellow Gold" è passato alla storia come un vivacissimo caleidoscopio di generi musicali, capace di svariare dall'hip hop al folk e di scavare tra radici difficili e contrastate come il garage e il noise. Ma "Odelay", l'attesissimo seguito che, dopo molti rinvii, esce il 18 giugno del '96, è addirittura qualcosa di più. Nel nuovo album quelli che erano solo "riferimenti" (folk, country, hip-hop, rock & roll, blues, jazz, easy listening, rap, pop o quel che volete) finiscono per svilupparsi in modo del tutto imprevedibile amalgamandosi l'un l'altro fino a diventare inestricabili. Le canzoni, infatti, mutano forma ogni cinque secondi e il patchwork allucinato che ne risulta è qualcosa di assolutamente nuovo, di inaudito, di spiazzante. Pur partendo da "situazioni" riconoscibili che profumano ancora di blues ("Devil's Haircut"), di country ("Lord Only Knows", "Sissyneck"), di soul ("Hotwax"), di folk ("Ramshackle"), di rap ("High 5 (Rock the Catskills)", "Where it's at") le canzoni scavalcano ogni definizione di genere e finiscono per assestarsi in una "terra di nessuno" dove tutto, ma davvero tutto, è possibile. E cosi', se "Where it's at" è aromatizzata con spruzzate di soul, jazz e funk, "Novacane" salta come una cavalletta impazzita dal più puro indie rock al funk e poi giù fino al rumor bianco. Con il fondamentale aiuto dei produttori Dust Brothers, Beck ha creato una vera e propria summa di quanto scritto in cinquant'anni di musica ed è riuscito a proporci tutto questo in un disco di soli 60 minuti. Andando in una direzione completamente opposta rispetto ai trend dominanti del rock americano… Creare un seguito a "Odelay", naturalmente, è difficilissimo, ma Beck riesce a spiazzarci ancora una volta e, due anni dopo, dà alle stampe lo stupendo "Mutations". Più vicino a "One foot in the grave" che non a "Odelay", il nuovo album del "menestrello" va a scavare nel bel mezzo della tradizione cantautoriale americana, tra le atmosfere acustiche del country psichedelico, della folk song e persino del progressive rock. Prodotto da Nigel Godrich (già artefice di un certo "Ok Computer" dei Radiohead…), "Mutations" è senz'altro il lavoro più affascinante e "interiore" della carriera di Beck e contiene vere e proprie gemme dal fascino profondamente seventies come "Cold brains", "Nobody's fault but my own", "Canceled check" o la conclusiva, lisergica "Runners dial zero". I riferimenti ai lavori precedenti appaiono quasi del tutto azzerati e solo la bossanova di "Tropicalia" sembra, per certi aspetti, ricordare i precedenti eclettismi. Con il recente "Midnite vultures", però, ancora una volta tutto viene rimesso in discussione e la presa radiofonica di canzoni spumeggianti e ballabili come "Sexx laws" e "Mixed bizness" finisce per far conoscere Beck anche al pubblico "profano" che, come sappiamo, ne ha decretato il definitivo successo commerciale persino in Italia. Ma, pur ribadendo la sostanziale bontà di canzoni come le futuristiche "Nicotine & gravy", "Get real paid" o "Broken train" o come la stupenda ballata folk aliena "Beautiful way" (che vede la presenza della bravissima Beth Orton), "Midnite vultures" non riesce a toglierci dalla mente l'impressione di essere un album in qualche modo "obbligato", capace di offrire pagine di musica prodotta egregiamente, ma ormai lontanissima dalla "selvaggeria virtuosa" che ci aveva regalato opere come "Mellow gold", "Odelay" e soprattutto "Mutations". Insomma, quel che vogliamo capire è se Beck sia ancora il "buon perdente" degli esordi o se, appagato da montagne di dollari e da frotte di ragazzine adulanti in costante crescita, ci stia pian piano tradendo…

Discografia

  • Golden feelings" (Sonic Enemy, 1993)
  • A western harvest field by moonlight" (Fingerpaint, 1994)
  • mini "Stereopathetic soulmanure" (Flipside, 1994)
  • "Loser" (Geffen, 1994)
  • mini "Beercan" (Geffen, 1994)
  • mini "Mellow gold" (Geffen, 1994)
  • "One foot in the grave" (K, 1994)
  • "Odelay" (Geffen, 1996)
  • "Mutations" (Geffen, 1998)
  • "Midnite vultures" (Geffen, 1999)

Sito Internet: www.beck.com

 

A cura di Maurizio Marino

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