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Guida all'ascolto: l'Emo-Core

Avete presente "All the small things" dei decantatissimi Blink 182? Ebbene, quello non è emo-core. Ma, anche se i puristi non saranno d’accordo, il brano dell’ultima "gallina dalle uova d’oro" del punk melodico americano, pur non appartendo direttamente al genere di cui stiamo per parlarvi, è qualcosa che gli si avvicina molto. Prendete infatti due chitarre, un basso, una batteria, le progressioni ritmiche del punk più autentico e un pizzico di sperimentazione e mescolate il tutto con testi introspettivi ed esistenzialisti. Otterrete cosi’ l’emotional driven hardcore (per gli amici emo-core), ultima sensazione sonora a stelle e strisce che, tanto per cambiare, sta conquistando il mondo…

Emotionally driven hardcore

La definizione di "hardcore emotivo" non è una novità degli ultimi mesi. Si racconta, infatti, che questa nuova etichetta di genere sia nata intorno alla metà degli anni ’80 per descrivere la musica dei Rites of Spring e degli Embrace, atipiche band della scena post punk di Washington che di li’ a poco andranno a fondersi l’un l’altra dando vita ai Fugazi.

E proprio la band d’opposizione per antonomasia, il gruppo che è entrato nella storia del rock per il suo totale rifiuto di firmare contratti con le major e di passare per Mtv può essere considerato in qualche modo il capostipite di una "scuola" che solo oggi sta riscuotendo i primi, lusinghieri riscontri di massa. Già in album come "13 songs" o "Repeater" (’90), editi per la propria gloriosa etichetta discografica Dischord, è infatti possibile trovare tutti gli elementi distintivi del nuovo filone, dalle progressioni ritmiche pronte ad esplodere in improvvise schegge noise all’attenzione finalmente centrale nei confronti dell’aspetto lirico.

Di vera e propria esplosione emo-core, però, si comincia a parlare solo verso la metà degli anni ’90, quando anche a Chicago e poi in California arriva il nuovo verbo, portato avanti da etichette come la Ebullition, la Polyvynil, la Tree e specialmente la Cargo - Headhunter di San Diego che, nel giro di pochi mesi, danno alle stampe le opere programmatiche del genere. E’ il caso, ad esempio, dei Drive Like Jehu del mitico batterista e produttore Mark Trombino (lo scopritore dei Blink 182…) autori dell’ottimo esordio omonimo targato ’91, dei più melodici Jawbox e Shudder to Think, degli eterei Joan of Arc e persino dei primi lavori di due band che seguiranno tutt’altra strada (il post rock) come gli Slint e i June of ’44.

Fin dai primi parti discografici, comunque, appare subito evidente come i gruppi di questa nuova ondata preferiscano citare tra le proprie influenze l’indie rock trasversale e malinconico degli Husker Du, dei Pixies e dei Buffalo Tom piuttosto che le più prevedibili radici punk ’77 di marca Sex Pistols. Ne sono testimonianza, ad esempio, le prime band capaci di tirare fuori la testa dall’underground come i Quicksand, i Sunny Day Real Estate e, in una dimensione ancor più interiorizzata ed esistenziale, gli splendidi Karate e Van Pelt che sembrano aprire una prospettiva, per cosi’ dire, cantautoriale a un filone già esploso in breve tempo nelle direzioni più disparate.

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