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Motorpsycho, il gusto classico della psichedelia Il loro ultimo album "Let them eat cake" ha stupito un po' tutti e, tra arrangiamenti orchestrali e immersioni in pieno clima sixties pop, ne ha rivelato il volto più nascosto e malinconico. Abbiamo parlato con il cantante e chitarrista Bent Saether prima di un infuocato live al Barrumba di Torino. Parliamo subito del vostro ultimo album "Let them eat cake". Mi sembra evidente un cambiamento di prospettive sonore rispetto a lavori come "Blissard" o "Timothy's monster", soprattutto per l'inserimento di archi e fiati… - Non nego che si è trattato di uno sforzo cosciente volto a elaborare qualcosa di nuovo rispetto al passato. Gli ultimi 3 - 4 album erano fortemente influenzati dall'hard rock e da una certa fascinazione per composizioni lunghe e jam d'improvvisazione. Così abbiamo sentito l'esigenza di intraprendere un percorso che ci portasse alla scrittura di canzoni vere e proprie anziché di jam o di frammenti sonori cuciti insieme. In questo modo, quindi, siamo riusciti a sintetizzare più elementi sonori in canzoni di quattro minuti che non in composizioni lunghe dodici minuti. Oltre a ciò volevamo sperimentare l'utilizzo di archi e fiati, di un'intera orchestra… Un problema non indifferente, se si pensa alla resa live di canzoni così elaborate… - In effetti, negli album precedenti, non ci siamo mai spinti tanto oltre e di conseguenza non ci siamo mai preoccupati di rendere sul palco questi suoni orchestrali. L'obiettivo è stato quello di sfruttare tutte le possibilità offerte da uno studio di registrazione: le canzoni dell'album dovevano suonare proprio in "quel" modo, dunque i problemi di come renderle in concerto li avremmo affrontati in seguito. Abbiamo iniziato a scrivere le canzoni di "Let them eat cake" ascoltando le voci che ci frullavano per la testa ed esattamente come finora abbiamo scritto canzoni per chitarra, basso, batteria e due voci, abbiamo cominciato a scrivere per archi e orchestra. Sì, forse la nostra musica è davvero cambiata e si è aperto un nuovo corso. Dal vivo, comunque, non potendo utilizzare una vera orchestra, gli effetti orchestrali vengono elaborati dalle tastiere. Inoltre usiamo un mellotron e un sitar che suggeriscono sfumature molto vicine alla psichedelia anni '60. Molti critici musicali hanno trovato punti in comune con certe soluzioni presenti in un album come "Pet sounds" dei Beach Boys. Sei d'accordo su questa considerazione? - Assolutamente. "Pet sounds" è uno dei più grandi album della storia del rock ed ho iniziato ad apprezzarlo fin da quando ero un ragazzo… Allo stesso tempo, però, in "Let them eat cake" è possibile individuare un feeling molto europeo che affonda le radici nel retaggio della musica classica. Sonorità moderne ed antiche al tempo stesso che vi accomunano, per certi aspetti, a due band provenienti dal Belgio come i Deus e i Venus… - Sì, è vero: possiamo parlare di un sound europeo. Questo dipende dai diversi valori di produzione che abbiamo qui, molto differenti dagli standard americani. Le band che hai citato si preoccupano di dare spazio alle proprie idee musicali e non certo di quanti dischi possano vendere: noi siamo esattamente così… In America, invece, le grandi band si affidano totalmente alla promozione radiofonica e televisiva e di conseguenza sono pressocché impossibilitate a "sperimentare" come si fa in Europa. La nostra non è vera e propria musica di ricerca: è però qualcosa che le si avvicina, visto che ci poniamo sempre l'obiettivo di analizzare i suoni che più ci colpiscono per poi inserirli in qualche maniera nella nostra musica: una di queste ispirazioni, probabilmente, è la musica classica. Sono molto felice che i nostri album suonino europei anche perché penso che laggiù in America ci sia davvero molta musica di merda… |
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