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Guida
all’ascolto : La Neo Psichedelia

Negli
anni ’60 l’esplosione del rock psichedelico. Negli anni ’80 e
’90 la neo psichedelia (o, come viene chiamata dai critici americani,
Dream pop), genere dai confini incerti ma dalle suggestioni
emotive uguali se non superiori alla corrente originaria.
In
principio fu l’anima
“Psichedelia”
(dal greco: l’anima che si manifesta) è il termine con
cui viene designato il movimento musicale che si sviluppa in America
nella seconda metà degli anni ’60. Elementi che contraddistinguono
questo nuovo genere - che come tutto il rock americano trova le
sue radici nella terra e quindi nel blues - sono naturalmente
le chitarre distorte fino all’inverosimile, i giri di basso ossessivi
e profondi, l’impiego massiccio di strumenti di origine indiana
come il sitar e le tablas, i testi sognanti zeppi di riferimenti
alle religioni orientali e all’esperienza allucinogena. Solo un
po’ di tempo dopo arrivano anche Woodstock, i "figli dei
fiori", i viaggi in India, l’amore libero, le erbe coltivate
nel giardino dietro casa e tutto il coloratissimo armamentario
folkloristico fatto di soprammobili a forma di Buddha e incensieri
con tanto di bollino made in Taiwan…
Ma
questa, come avrete capito, è un’altra storia. La Neo Psichedelia
- le cui origini vanno fatte risalire alla metà degli anni
’80 - è un movimento che, pur rifacendosi in larga parte
alle eteree melodie dei Pink Floyd e alle interminabili jam
sessions dei Grateful Dead, lascia nel cassetto tutte quelle
bizzarrie legate all’Oriente spacciato a bella posta come l’ultima
delle mode e preferisce dedicarsi a un più maturo approccio
con la composizione musicale.
La
meteora Paisley Underground
Il
primo vagito del nuovo Psycho rock porta un nome ben preciso
che, a chi ha più di 25 anni, potrebbe rievocare un’epoca
gloriosa e irripetibile: Paisley Underground.
Nato da una definizione di Mike Guercio (bassista dei Three
O’Clock), il nuovo movimento musicale raggiunge il suo apice
tra il 1983 e il 1987 grazie ai lavori di una serie di gruppi -
meteore (per lo più californiani) che, ripescando a piene
mani dal guitar pop dei primi anni ’60 e dal più grezzo
garage sound fusi a un’inedita prospettiva cantautoriale,
finiscono per creare qualcosa di completamente nuovo e inedito.
Ed ecco allora i fantastici Dream Syndicate
di Steve Wynn, veri capofila del genere,
i "neo beatlesiani" Green on Red,
gli evocativi Giant Sand, i "post
dylaniani" Long Ryders, gli oscuri
Thin White Rope, gli imprevedibili
Rain Parade e persino le giovanissime
Bangles (quelle di "Walk like
an Egyptian"…). Poi, improvviso come al suo sorgere, il
movimento scivola via nel tempo di un batter di ciglia e, per quasi
un decennio, non si sentirà più parlare di sonorità
orientaleggianti e lisergiche, se non per le estemporanee rentree
di personaggi come Robyn Hitchcock
(già negli eclettici Soft Boys
sul finire degli anni ’70) o per via di autentiche "mine vaganti"
come i Church o i Died
Pretty.
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