AGRICANTUS
- "Ethnosphere" (Cni)
Se
volessimo dare un nome all'eclettico percorso artistico degli
Agricantus potremmo utilizzare
una sola definizione: "musica migrante". Il viaggio
sonoro della formazione palermitana, infatti, sembra non conoscere
soste e, dopo le strade nomadi del Mali attraversate da "Tuareg",
questa volta il cammino prosegue verso Oriente, in direzione
dei templi buddhisti del Tibet. Ulteriore perfezionamento della
già nota mescolanza tra sonorità popolari e ritmiche
trance moderniste che è riuscita a conquistare anche
il mercato americano, "Ethnosphere"
si fa subito notare per una produzione perfetta, che non ha
veramente nulla da invidiare agli acclamati lavori della Real
World di Peter Gabriel. A scacciare il pericoloso fantasma dell'eccessiva
freddezza, però, rimane un encomiabile attaccamento alle
radici sonore siciliane, che prendono il sopravvento nel secondo
dei due cd, senz'altro più permeato di aromi "terreni"
rispetto al primo dove la dedica alla causa tibetana implica
un maggior ricorso ad atmosfere misticheggianti ed eteree.
Ricchissimo di ospiti (ci sono tra gli altri Nour-Eddine Fatty,
Papé Kanouté, Pivio, Ermanno Castriota dei Nidi
d'Arac), "Ethnosphere",
proprio in virtù del suo titolo "cosmogonico",
è senz'altro opera da cogliersi nella sua totalità
e sarebbe dunque un torto sottolineare un episodio in particolare.
Ma volendo fare un'eccezione mi piacerebbe segnalare il canto
appassionato di "Jusu e Susu" e il malinconico lirismo
di "Ciavula", splendide evocazioni di una Sicilia
magica e misteriosa che si stagliano come due stelle nel cielo
proteiforme di un album da ascoltare con attenzione.
Maurizio
Marino