AI
PHOENIX - "The Driver is Dead" (Racing Junior
/ White'n'Black)
I
paesaggi tenebrosi e glaciali del Nord Europa continuano ad
essere testimoni di tristissime, inattese, meravigliose realtà
musicali. Dopo la Scozia e l'Islanda, che nell'ultimo anno ci
hanno letteralmente sommerso con una serie di dischi accomunati
da un mood profondamente malinconico ma assai emozionante, adesso
è ora di rivolgere lo sguardo alla Norvegia. Giunti al
secondo album (il primo, "Film", è reperibile
solo in patria), gli Ai Phoenix,
originari della gelida Bergen, non smentiscono una propensione
endemica per tonalità meste e crepuscolari. Voce femminile
molto suggestiva, profluvio di archi, fisarmoniche e chitarre,
brani lentissimi intrisi di tristezza fino all'osso. Com'è
facile intuire, siamo dalle parti dello slowcore più
folkeggiante, non distanti da realtà d'Oltreoceano che
si chiamano Low, Yo La Tengo, Sodastream. Questa volta, però,
al consueto menù "depresso e autunnale" tipico
di tanti colleghi ben più titolati si aggiunge una capacità
di emozionare che si sviluppa grazie a una scrittura elegante
e a un andamento quasi "fiabesco" che seduce l'ascoltatore
dalla prima all'ultima nota. Le canzoni di "The
Driver is Dead" sembrano il corrispettivo sonoro
delle luci bluastre del Sole a Mezzanotte, delle epifanie immense
e burrascose di Capo Nord, del quieto tepore di una baita tra
distese innevate. Non è banale "folklorismo",
piuttosto è la musica che pian piano trascolora in sentimento:
ascoltate, magari in solitudine e a luci rigorosamente spente,
canzoni come "Wishinglot", "If You Ever Saw Her
Name", "Hey, the Driver's Dead, We Cry" e sarete
cullati dalle onde invisibili dell'immaginazione, fino a raggiungere
quella dimensione catartica che solo i grandi dischi riescono
ad evocare.
Maurizio
Marino