BARDO
POND - "Dilate" (Matador / Wide)
Ci
chiedevamo da tempo che fine avesse fatto quel "sottogenere"
trasversale e indefinibile battezzato per comodità space
rock. Forgiato dagli Hawkwind, rivitalizzato da molte band del
movimento shoegazer e sfiorata una nuova stagione di gloria
con i Mogwai e gli Spiritualized, il "rock spaziale"
sembra talvolta ritornare mascherato sotto spoglie eterogenee
e cangianti. Ma se dovessimo trovare la band contemporanea più
vicina ad un ipotetico "classicismo space" saremmo
costretti a fare un solo nome: quello dei Bardo
Pond.
Sulle scene dal 1995, quando esordì con lo spiazzante
"Bufo Alvarius", la band di Philadelphia ritorna con
un'opera monstre (72 minuti di musica) destinata a priori a
sconvolgere in profondità l'ascoltatore, con conseguenze
non secondarie sul suo sistema nervoso. Condotto sull'orlo di
una profonda inquietudine che sembra dover esplodere da un momento
all'altro in un'immane catastrofe, "Dilate"
gioca su due registri sonori specularmente opposti ma in fin
dei conti limitrofi. E così, per una non meglio definita
magia luciferina, attraverso la fitta coltre nebbiosa di effetti,
distorsioni, feedback vicina al noise più cupo riusciamo
talvolta a scorgere la luce fioca di melodie sottili e morbose
disegnate dai vocalizzi sussurrati di Isobel Sollenberger e
dalle "demoniache" aperture acustiche dei fratelli
Gibbons. Visionarie, frammentate e spesso autenticamente disturbanti,
le composizioni di "Dilate" si susseguono senza lasciare
un attimo di respiro, comunicando un senso di "maestosità"
che però facciamo fatica a percepire in tutta la sua
portata. Se infatti l'ambigua ballata acustica "Favorite
Uncle", la cavalcata strumentale di "Swig" e
la nenia funebre di "Despite the Roar" sembrano aprire
a fascinosi paesaggi di apocalyptic folk, gli oceani in tempesta
di "Aphasia", le chitarre in ebollizione di "Lb."
ed il lunghissimo, delirante finale claustrofobico di "Ganges"
ottengono il solo risultato di lasciarci disorientati e smarriti.
E giustificabilmente annoiati. Detentrice di tutti i pregi e
i difetti delle opere debordanti, pompose, eccessive, "Dilate",
dopo averci ingannato con un suo diabolico senso di attrazione,
finisce dunque per naufragare, rimanendo paradossalmente vittima
di alcune buone intuizioni che, a lungo andare, si fanno maniera.
E, in ultima analisi, rimane un'opera irrisolta proprio per
il suo "superomismo", per il suo voler essere a tutti
i costi "monumentale" perdendo di vista il fondamentale
concetto di comunicatività.
Maurizio
Marino