Black
Heart Procession -
"Three" (Touch & Go / Wide)

Il
tre è un numero perfetto ma difficile. Lo è anche
per i californiani Black Heart Procession,
i quali, dopo gli struggenti romanticismi di "1"
e le atmosfere arcane e oscure di "2", adesso
ci offrono (ovviamente…) "Three".
Alla
luce della bellezza malinconica dell’album precedente e soprattutto
del mini "A 3 song recording" che qualche mese
fa ci fece intravedere un’intrigante evoluzione "tragica",
dobbiamo confessare che il nuovo lavoro di Pall Jenkins e compagni
ci lascia un po’ di amaro in bocca. Ma attenti: non vi stiamo
parlando di un disco deludente, vi stiamo semplicemente riferendo
di un un’occasione parzialmente sprecata.
La
formula della lentezza e dell’oscurità, di cui la band
californiana è da anni una delle artefici più
appassionate ed ispirate, infatti, inizia a mostrare la corda
in certi passaggi fin troppo compiacenti che sembrano voler
"eternare" quanto proposto in passato. Certo - si
replicherà - lo stile di una band deve essere coerente
con se stesso e non prestarsi ad eccessive rivoluzioni, ma l’impressione
è che quella vena notturna e decadente che in "2"
dominava brani epocali come "Blue tears",
"A light so dim", "Your church is red",
in "Three", invece, si sia decisamente attenuata
in favore di un cantautorato "depresso" molto più
prevedibile, quasi manieristico.
Certo,
non mancano i momenti interessanti (l’iniziale "We always
knew", con l’ormai abituale sega elettrica ad aprire
e chiudere il brano, l’angosciosa "Waterfront (The sinking
road)", forse uno dei pezzi più propriamente
rock dei BHP) e talvolta si sfiora un’eleganza di rara suggestione
("Guess I’ll forget you", brano di grande
pathos crepuscolare) ma le frequenti citazioni che rimandano
apertamente a Nick Cave ("Till we have to say goodbye")
e a Will Oldham (la sepolcrale "Never from this heart")
ci sembrano tutto sommato un passo indietro per una band che
sta lasciando il seguito "di culto" per conquistarsi
un’ambito spazio nell’Olimpo indie rock. E sul finale
a confermare certi dubbi arriva anche "On ships of gold"
che, ospitando la "strana" voce di Kazu Makino dei
Blonde Redhead, lascia l’impressione di un album inciso con
fin troppa fretta di arrivare al traguardo. Ma siamo fermamente
convinti che si tratti solo di un episodio…
Maurizio
Marino
Sito
Internet: www.southern.com/southern/band/BHP00/index.html