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BONNIE PRINCE BILLY - "Ease Down the Road" (Domino / Self)

Anche se a causa del suo carattere schivo, incostante e un po' bizzarro non entrerà mai nell'Olimpo dei grandi, Will Oldham continua a confermarsi, album dopo album, come uno dei talenti più genuini del cantautorato americano. E non è certo un caso che recentemente si sia scomodato, per tributargli una cover, nientemeno che il grande Johnny Cash. A due anni di distanza dallo splendido "I See a Darkness" e a pochi mesi dall'ep "Get on Jolly", Oldham rispolvera nuovamente il suo alter ego Bonnie Prince Billy per un disco che sorprende ed emoziona nel profondo. Proprio nel momento in cui ci saremmo attesi l'ennesimo divagare tra depressioni e oscurità inesprimibili, il "Principe" ci spiazza compiendo un deciso tuffo nel passato, in un'appassionata ricerca delle radici folk, quasi a voler riscrivere i fondamenti da cui si è sviluppato il suo decadente romanticismo. Stavolta, dunque, niente canti "chiusi" e vortici di incomunicabilità ma solo dodici semplici, delicate, sincere canzoni d'amore e di passione che aprono lo sguardo su un paesaggio dell'anima ancora introverso e meditativo ma senz'altro più assolato che in tante altre occasioni passate. Moderno cowboy cantastorie, Oldham sembra voler rivolgere un entusiastico omaggio ai grandi folksingers della tradizione: in brani come "A King at Night", "Just to See My Holly Home", "Lion Lair" c'è proprio tutta l'essenza della canzone americana di tradizione bianca. L'epicismo dei canti di frontiera, la nostalgia della solitudine tra praterie sconfinate, la rude dolcezza di un ritorno a casa. Una semplicità narrativa che si manifesta in un'altrettanto semplice strumentazione: qualche chitarra, un violino, un piano, un banjo e soprattutto una voce realmente ispirata, valgano per tutti il canto senza accompagnamento di "Careless Love" e i commoventi singalong a più voci di "After I Made Love to You" e "Grand Dark Feeling of Emptiness" che si collocano tra le vette compositive dell'Oldham più "sentimentale". "Ease Down the Road", per fortuna, non ha davvero nulla a che spartire con questi convulsi anni d'inizio millennio: qui siamo piuttosto in pieno Ottocento, persi tra epopee di conquista e memorie avventurose che si fanno colonna sonora per un film western senza immagini. Un film da vedere e rivedere.

Maurizio Marino

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