Chitarre
slide di matrice country western, giri vorticosi
di violini e accordion che si richiamano alla più autentica
tradizione folk e soprattutto le suggestioni forti e vigorose
come il tequila date dal suono inimitabile di unorchestrina
mariachi.
Da
una descrizione come questa i Calexico
potrebbero essere scambiati per lennesima formazione di
alternative country, magari spostata un po più
a Sud lungo la frontiera con il Messico. E invece no. La premiata
ditta Joey Burns & John Convertino - che con "Hot
rail" firma il terzo capolavoro consecutivo, superiore
ai già pregevolissimi "Spoke" e "The
black light" - semmai rappresenta levoluzione di
un genere, il "dopo ideale" che nasce dallesigenza
di rinnovarsi senza dimenticare limmensa importanza delle
proprie radici.
Ed
è così che in "Hot
rail", più ancora che negli album precedenti,
assistiamo a una volontà di sperimentare che, prendendo
le mosse da un background che ha nella Frontiera il proprio
punto di riferimento, riesce nel non facile compito di dar vita
a qualcosa di completamente nuovo. A partire dai brani strumentali,
diffusi ed eterogenei come non mai, che oltre al classico, inimitabile
crepuscolarismo mariachi ("El picador",
"Muleta", "Tres avisos") sono
in grado di suggerire atmosfere assolutamente inattese, vicine
alla musica contemporanea ("Untitled III" e "Untitled
II"), speziate di soffuso free jazz alla Miles
Davis ("Fade", che vede lintervento al
cornet di Rob Mazurek degli Isotope 217) o addirittura
ambient (la title track posta in chiusura, con la
registrazione sul campo di uno sferragliante treno desertico).
E a continuare con le ballate, rare ma sopraffine, che evocano
malinconia ("Service and repair"), epica drammaticità
("Sonic wind", "Drenched") e
financo (apparente) spensieratezza e gioia di vivere, come nella
meravigliosa "Ballad of Cable Hogue", cantata
a due voci da Burns e Marianne Dissard che, tra inciso in francese,
fisarmonica andante e cadenze morriconiane, si candida a colonna
sonora ideale per il prossimo film di Quentin Tarantino.
E
tra uno sguardo nostalgico al passato e un altro - ben fermo -
sul presente, "Hot rail"
si candida a diventare uno dei dischi più significativi
del 2000.
Maurizio
Marino