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Categorie/D.O.C. Music

Damon & Naomi - "With Ghost" (Sub Pop / White & Black)

Fantasmi di lune rosa, paesaggi nella nebbia, feste mascherate di corti medioevali. No, forse non servono parole o similitudini: "With Ghost", semplicemente, è uno di quei rari dischi capaci di conquistare al primo ascolto, conducendoci con la massima naturalezza in quella dimensione "altra" che sembrava fosse esclusiva di certo folk d’altri tempi. Giunti al quarto capitolo di una carriera in continuo crescendo, Damon & Naomi sono senz’altro uno dei segreti meglio nascosti dell’indie rock a stelle e strisce. Nessuna copertina sul Rolling Stone, nessun passaggio su Mtv, scarso o nullo interesse da parte della stampa specializzata. Eppure, a dispetto di ogni previsione, le melodie delicate e fiabesche del duo hanno finito per conquistare nientemeno che la Sub Pop, etichetta - simbolo della rinascita rock dei primi anni ’90, artefice del successo di band epocali quali Nirvana e Soundgarden. Lontani mille miglia dalle "selvaggerie" grunge dei gruppi appena citati e al contrario fortemente affascinati dalla grazia malinconica dei Fairport Convention, dalla struggente bellezza delle ballate di Nick Drake, dalle atmosfere incantate dei Belle and Sebastian più "bucolici", Damon & Naomi - qui splendidamente coadiuvati dalla band neopsichedelica giapponese dei Ghost - hanno dunque deciso di seguire la strada piovosa e un po’ impervia che dalla città porta alla campagna, dando alle stampe una delle gemme più preziose dell’anno in corso. Riuscito in egual misura nei passaggi folk più intimistici come nelle frequenti incursioni psichedeliche e pervaso da un forte senso di misticismo (che traspare evidente nelle liriche), "With Ghost" è un album che vive di stati d’animo profondamente soggettivi dalla prima all’ultima nota: sarebbe altamente rischioso, dunque, incensare questa o quell’altra canzone non tenendo conto di una "circolarità" (memore dei concept album degli anni ’70) che permea l’intera scaletta dei brani. Tanto che persino le due cover qui contenute ("Blue Moon" di Alex Chilton e "Eulogy to Lenny Bruce" di Tim Hardin) finiscono per risultare talmente funzionali al disegno globale da sembrare dei brani del tutto nuovi. Molto meglio, quindi, affidarsi alla propria umoralità e lasciarsi cullare dolcemente dalle note rugiadose offerte da Damon Krukowski e Naomi Yang.

Maurizio Marino

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