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FANTOMAS - "The Director's Cut" (Ipecac / W'n'B)

E Patton colpisce ancora. A due anni di distanza dallo spiazzante "Fantomas Amenaza El Mundo" ecco tornare in scena uno dei pochi genii "incorrotti" della musica di oggi. Genio nel senso della ricerca, della sperimentazione, del piacere del suono perseguito senza mezze misure, che ha fatto parlare di lui come dell'unico credibile erede di quel grandissimo che fu Demetrio Stratos. Nuovamente accompagnato da Dave Lombardo (ex Slayer) alla batteria, da Trevor Dunn (Mr. Bungle) al basso e dall'ineffabile Buzz Osborne dei Melvins alle chitarre, l'ex leader dei Faith No More questa volta dà sfogo alla sua follia "destrutturante" divertendosi a coverizzare ben 16 brani tratti da altrettante colonne sonore cinematografiche degli anni '60 e '70. Neanche il tempo di schiacciare il tasto "play" sul lettore ed ecco che le note familiari de "Il Padrino" di Nino Rota lasciano il posto ad un allucinato e vorticosissimo grindcore che nel giro di pochi secondi viene spazzato via dall'impetuosa solennità di un'orchestra: sì, siamo già nel pieno del Patton-pensiero, tra schegge impazzite di noise che fanno spazio con la massima naturalezza a momenti di musica colta, ricordandoci come in fin dei conti il linguaggio musicale sia uno solo, e sempre basato sulle stesse sette note. Davvero troppe, per potersi soffermare su ciascuna di esse, le invenzioni messe in campo da Patton e soci nei 37 minuti di "The Director's Cut": quel che possiamo dire è che l'impressione lasciata da questo disco, sia che lo si ascolti linearmente, sia che si salti avanti e indietro come in un folle zapping, è quella di cogliere ogni volta una prospettiva completamente differente, come a visualizzare una delle innumerevoli combinazioni cromatiche di un caleidoscopio nelle mani di un bambino. Ora inquietanti e tenebrose, ora deliranti ai limiti della sopportazione, ora metamorfizzate fino all'irriconoscibilità, tutte queste musiche si affacciano nella nostra mente come in un "Blob" televisivo visto a tarda notte, sulla sottile linea che separa il dormiveglia dall'incubo. Ed ecco che il carillon spettrale di "Rosemary's Baby" va a fondersi con il salmodiare da messa nera de "Il Presagio" mentre l'"Indagine su un Cittadino al di Sopra di Ogni Sospetto" di Morricone si complica e ci porta sulle tracce di Laura Palmer nell'ipnotico ondeggiare della badalamentiana "Twin Peaks - Fire Walk with Me". Fino a che le note calde e sensuali dell'immortale "Charade" di Henry Mancini ci ricordano che in realtà eravamo seduti in un malsano, fumoso cineclub di periferia. Luci in sala. Lo spettacolo è finito. Il generale Patton ha trionfato, ancora una volta.

Maurizio Marino

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