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Godspeed You Black Emperor! - "Levez vos skinny fists comme antennas to Heaven!" (2 cd, Kranky / Wide)

Davvero non è facile descrivere a parole la musica dei Godspeed You Black Emperor!, forse una delle poche band odierne che possano fregiarsi dell'appellativo di "epocali". Impossibile ascriverli a un genere codificato: dire che i GYBE! appartengono alla scena post rock sarebbe fortemente limitante, ma anche accusarli di derivazioni progressive, definirli i Pink Floyd degli anni 2000 o persino accostarli - per il frequente uso dei crescendo strumentali - a mostri sacri come Wagner o Ravel equivarrebbe a cogliere solo una parte dell'impressionante spettro sonoro messo in campo dagli otto musicisti canadesi. Suddiviso in quattro suite che trovano posto su due cd per una durata totale di 90 minuti, "Levez vos skinny fists comme antennas to Heaven!" (titolo bizzarro come in tutta la produzione dei nostri...) raggiunge, probabilmente, un punto di non ritorno nella storia del rock contemporaneo. Sospeso, più ancora che nei due precedenti episodi, in una dimensione mistico - meditativa, intrisa di umori classicheggianti e financo orientali che sembra avere solo una lontanissima parentela con il rock, questo disco riesce autenticamente a sconvolgerci con la bellezza oscura e tenebrosa di costruzioni sonore di mirabile intensità, pronte ad esplodere in improvvisi vortici dotati di un epicismo realmente percepibile. E' il caso, ad esempio, della seconda suite contenuta nel primo cd che, dopo una partenza quasi impercettibile delineata dagli archi in contrappunto ("Terrible Canyons of static"), sale rapidamente fino ad esplodere in un crescendo violento e tribale ("World Police and friendly fire") che collassa su se stesso in un abisso malsano scandito da rumori "industriali" e inquietanti, da post-Apocalisse ("The buildings they are sleeping now"). O dello strano incedere del brano che apre il secondo cd, introdotto dal field recording di un anziano che ricorda gli sbarchi degli emigranti a Coney Island ("They don't sleep anymore on the beach"), autentico frammento di realtà che funge da aide memoire "collettivo" per ripercorrere sull'onda dei ricordi un'intera esistenza, che prima prende forma tra struggenti violini e violoncelli in falsetto crescente (l'infanzia?), poi diventa una marcia epico-eroica (gli anni dell'adolescenza?), quindi "deraglia" verso forme atonali e complicate (la maturità?) e infine decresce tra quieti tappeti chitarristici punteggiati dal tristissimo suono del glockenspiel (la vecchiaia?) fino a un nuovo crescendo, questa volta teso e malinconico, che va a concludersi in un lirico e commovente canto funebre di violini. Evidentemente quella che ho appena dato è un'interpretazione fortemente soggettiva e individuale, mutuata da impressioni puramente "immediate": sono sicuro che tutti coloro i quali si porranno all'ascolto di questo vero e proprio "monumento sonoro" la penseranno diversamente da me. Ecco spiegato perché ho detto che la musica di questo gruppo è impossibile da descrivere a parole...

Maurizio Marino

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