HOWE
GELB - "Confluence" (Thrill Jockey / Wide)

Attendevamo
con estrema impazienza la "replica" solista di Howe
Gelb. E a pochi mesi dall'ancora acclamatissimo "Chore
of Enchantment" dei Giant Sand, ecco dunque "Confluence",
follow up di "Hisser" uscito tre anni orsono. Sicuramente
meno cupo e disperato del suo predecessore (dedicato alla memoria
dell'amico musicista Rainer Ptacek), questo disco continua a
percorrere le strade di un'ispirazione profondamente personale,
che non concede spazi al facile ammiccamento né all'ovvietà.
Vero e proprio tributo alla filosofia dell'home recording -
e del "buona la prima" - "Confluence" si
presenta, ancor più di "Hisser", come un album
fortemente "impressionistico", spontaneo, dove non
c'è spazio per elaborate post-produzioni né per
raffinatezze da maniaci sonori. Poche pennellate per un vasto
paesaggio desertico o qualche tratto di matita per un ritratto
umano e il gioco è fatto: si ascolti, per fare un esempio,
la versione veramente lo-fi della presleyana "Can't Help
Falling in Love", prima disegnata da Gelb e la sua chitarra
nel
bagno di casa e poi ripresa, con l'aggiunta di un
pianoforte, nel tinello in compagnia degli amici Grandaddy.
Ma proprio per il suo voler essere ad ogni costo grezzo e artigianale,
quest'album finisce per rivelarsi opera ben più sperimentale
della moltitudine di dischi sedicenti sperimentali che affollano
il mercato discografico d'inizio millennio. Ed ecco quindi canzoni
totalmente "improvvisate" come "Vex", prima
abbozzata a Parigi da Gelb insieme a un gruppo di ragazze francesi
chiamate Candy Prune e poi "portata a termine" a Tucson.
Oppure brani "non finiti", scomposti, lasciati a metà,
che sembrano scarti di produzione ma poi assumono una chiarissima
logica d'insieme. O ancora registrazioni sul campo di bambini
che piangono, fiumi che scorrono e altre amenità che
se sembrano buttate lì a caso, in realtà non lo
sono affatto. Di assimilazione tutt'altro che immediata, "Confluence",
dunque, riesce ad essere un perfetto - per quanto sempre più
raro - "autoritratto d'artista". Di un artista che
segue imperterrito il suo percorso, incurante di mode e ammonimenti.
Un po' come sulla foto di copertina dove, al volante di una
macchina, decide di seguire i binari di una ferrovia anziché
quelli molto più ovvi della strada maestra.
Maurizio
Marino