Cult
Records
Guida
ai dischi imperdibili del XX secolo
Mercury
Rev - "Deserter’s Songs" (V2, 1998)

Giusto
due anni fa di questi tempi faceva il suo ingresso nei negozi
di dischi "Deserter’s Songs",
album protagonista di uno strano "caso musicale" che,
pur vedendolo vincitore di tutti i referendum della stampa specializzata
inglese ed americana, finiva per passare clamorosamente inosservato
in Italia. Giunti alla quarta prova discografica, infatti, gli
americani Mercury Rev non erano
mai stati particolarmente incensati dalla critica a causa del
loro non certo originalissimo approccio al rock psichedelico.
Poi, però, ecco il fulmine a ciel sereno di "Deserter’s
Songs": un album che riesce nell’arduo compito di reinventare
completamente la concezione stessa di psichedelia con l’utilizzo
di soluzioni sonore mai sperimentate prima. Epico e affascinante
in tutti i suoi episodi, "Deserter’s songs" trova
la sua forza in un dispiego strumentale "totale" che
sembra evocare un’autentica orchestra alle prese con un’opera
rock. Mellotron, flauti medioevali, organi da chiesa, sitar
indiani, voci di soprano liriche, clavicembali, sezioni fiati
e archi degne di una colonna sonora hollywoodiana: tutto contribuisce
a creare un’atmosfera sognante e sospesa, ora solenne e classicheggiante
come in "Holes", ora vivace e acustica come
in "Goddess on a Hiway", ora profondamente
psichedelica come in "The funny bird", ora
bizzarra e "zappiana" come in "Delta Sun Bottleneck
Stomp". Splendidamente elaborato dalle menti visionarie
di Jonathan Donahue e Grasshopper, "Deserter’s Songs"
è un album che merita ascolti ripetuti e attenti
per andare a cogliere anche le sfumature più nascoste,
come ad esempio le brevi incursioni alla batteria e al sax di
Levon Helm e Garth Hudson, storici componenti della Band, che
suggellano con la loro presenza due gemme come "Opus
40" e "Hudson Line". Dimostrazione
chiara e precisa di come il rock possa ancora riuscire ottimamente
lasciando da parte gli strumenti elettronici, "Deserter’s
Songs" è un caleidoscopio colorato e fantasioso
che, pur citando modelli apertamente old fashioned (chi
ricorda i capolavori dei Jefferson Airplane o degli Spirit?),
traccia la strada per il nuovo rock degli anni 2000. Da recuperare
senza esitazione e da conservare accanto a "OK Computer"
dei Radiohead.
Maurizio
Marino