MICE
PARADE - "Mokoondi" (FatCat / Wide)

Se
pensate che non possa esistere nessuna correlazione tra il post
rock e la World Music dovrete inevitabilmente ricredervi dopo
aver ascoltato "Mokoondi",
opera terza del newyorkese Adam Pierce
(o se preferite Mice Parade, che
poi è il suo nome anagrammato
). Immergendosi ancor
più profondamente in quella contaminazione free form
i cui germogli erano già presenti su "The True Meaning
of Boodley Baye" e "Ramda", questa volta Pierce
ha puntato i suoi occhi curiosi di avanguardista sulle ritmiche
tradizionali africane ed asiatiche, ampliando la strumentazione
con l'innesto di percussioni "etniche" e soprattutto
del cheng, l'arpa cinese, che prende il sopravvento in ampie
sezioni di quest'album. Fedele fotografia del carattere visceralmente
improvvisativo delle partiture di Pierce, "Mokoondi"
attraversa foreste di suono eteree e cristalline, fluttuando
tra quiete armonie ipnotiche ("Open Space") e crescendo
impetuosi dove gli strumenti analogici - a cominciare dagli
onnipresenti metallofoni - vanno a dialogare con chitarre elettriche
di matrice math rock fino a sfociare in atmosfere "patafisiche"
alla Soft Machine ("Into the Freedom"). E a confermare
il carattere "aperto" e assolutamente non autoconclusivo
di quest'opera arriva poi il violino di Dorothea Tachler, chiamato
a duellare con il cheng di Pierce nella minimale "Circle
1", non lontana da Steve Reich, mentre nella successiva
"Pursuant to the Vibe" - registrazione di una performance
tenutasi a Tokyo nel giugno scorso - scendono in campo nientemeno
che il vibrafono di Dylan Cristy (Dylan Group) e l'elaborato
drum-kit di Dough Scharin (ex June of '44), eclettico guru della
sperimentazione "post", ora titolare del progetto
Him nonché "membro aggiunto" dei Mice Parade
nelle esibizioni live. Detto anche dell'onirico incedere della
title track, dell'inattesa apparizione di un dulcimer in "Ramda's
Focus" e delle atmosfere malinconiche di "The Castaway
Team", non possiamo non segnalare l'emozionante field recording
presente in chiusura d'album: il canto fortemente armonico di
un venditore di noci di cocco sulla spiaggia di Rio de Janeiro
(tale Antonio Brandao De Lima). Un breve "frammento di
vita", intenso e spontaneo, che - summa dell'intero album
- ci comunica il significato ultimo della musica come espressione
di sentimenti interiori altrimenti inesprimibili.
Maurizio
Marino