MONTGOLFIER
BROTHERS -
"Seventeen Stars" (Poptones)

Pur
sottoposta a continue rivoluzioni che in questi ultimi anni
ne hanno frequentemente messo in dubbio l’"autenticità",
la folk music ha avuto il merito di mantenere una sua
precisa identità, un’eleganza fatta di lirismo e sentimento
che per fortuna ha poco a che spartire con lo show business
ma moltissimo a che vedere con il cuore. La folk music
del Regno Unito, in particolare, terminata la stagione gloriosa
di Pentangle e Fairport Convention, è riuscita nella
non facile impresa di mantenere una sua riconoscibilità
all’interno dell’affollato panorama odierno e grazie al lavoro
di alcune realtà isolate ma encomiabili (Felt, Belle
and Sebastian, Delgados, Gorky’s Zygotic Mynci, Mojave 3) ha
raggiunto l’obiettivo di creare un nuovo filone, dipinto di
struggente intimismo e velato di malinconia crepuscolare.
In
questa corrente si situa senz’altro "Seventeen
Stars", affascinante esordio dei Montgolfier
Brothers che ha l’onore di essere il primo album in catalogo
della Poptones, nuovissima etichetta discografica di Alan McGee,
già boss dell’indimenticata Creation. Con le dieci, splendide
composizioni contenute in questo disco Mark Tranmer e Roger
Quigly sembrano quasi voler entrare nelle nostre case in punta
di piedi, senza disturbare. La leggiadria e la grazia delle
atmosfere evocate dai due musicisti di Manchester, infatti,
sembrano appartenere al linguaggio dei sogni, a quella parte
recondita della quotidianità che percepiamo solamente
attraverso l’inconscio. E se strumentali come "Four
Days" e "Low Tide" ci inducono a uno
stato meditativo nel quale perdersi lasciando per qualche minuto
la dimensione terrena, anche ballate quali "Even If
My Mind Can’t Tell You" e "Between Two Points"
si limitano a sussurrare, invitandoci a liberarci delle angosce
esistenziali per assaporare la bellezza di un paesaggio in quiete.
Come se il silenzio per una volta avesse la possibilità
di essere udito, trasformandosi in musica e canto.
Maurizio
Marino