NICK
CAVE & THE BAD SEEDS - "No More Shall We Part"
(Mute)
Ci
sono dischi di fronte ai quali l'occhio a volte cinico e supponente
del critico musicale deve inevitabilmente ritrarsi, per lasciare
spazio al libero scaturire delle emozioni, ad un flusso di coscienza
"sincero", per una volta non mediato da inutili veline
stampa.
Recensire l'attesissimo album del ritorno di Nick
Cave con i Bad Seeds al
gran completo è azione che sfiora l'utopia: un po' come
voler spiegare il senso che sta dietro un'opera di Michelangelo
o un film di Orson Welles. Impossibile, davvero impossibile
dare una forma scritta alle profonde emozioni evocate dal microcosmo
di colui che - crediamo di dirlo senza enfasi - incarna più
di chiunque altro il concetto di canzone d'autore contemporanea.
Quelle che tenteremo di raccontarvi nelle prossime righe, dunque,
sono solo impressioni totalmente soggettive dovute più
ad un trasporto emotivo che non ad un'analisi fredda e circostanziata,
che risulterebbe peraltro assai riduttiva. Se possibile ancor
più sofferto di "Murder Ballads" e dello stupendo
"The Boatman's Call", "No
More Shall We Part" è il compimento definitivo
di quella "redenzione" che il Cave uomo ha ardentemente
voluto perseguire negli ultimi anni. Sì, perché
qui l'amore e la religione, sentimenti egualmente contrastati
e forieri di immani battaglie interiori, che - a detta dello
stesso artista - sono stati la causa principe del suo "ritorno
alla vita", esplodono in tutta la loro violenza, lasciando
l'ascoltatore a fare i conti con una sofferenza vissuta, esperita
in prima persona, tutto fuorché fittizia. "Non ci
separeremo mai più" - canta con voce accorata colui
che il distacco e la perdizione li ha subiti sulla propria pelle,
un istante prima di finire come altri suoi più sfortunati
colleghi.
E' un album profondamente autobiografico, "No More Shall
We Part", forse il più "sentito", il più
"necessario" di una carriera ventennale in costante
crescendo. No, non possono più esistere mediazioni: è
lo stesso Cave il protagonista di "Oh My Lord", è
lui che dà un bacio alla moglie e rimbocca le coperte
ai figli, è lui che urla contro coloro che lo accusano
di non essere più l'uomo che era e che rappresentava,
contro ciò che da sogno si è trasformato in incubo.
"Be mindful of the prayers you send / Pray hard but pray
with care / for the tears that you are crying now / are just
your answered prayers". E' sua - e di nessun altro - quella
luce che si fa "Darker With the Day": è lui
che vaga smarrito ma consapevole in una città del futuro
popolata di cloni, di piccoli Cesare, di piccoli Napoleone muniti
di telefoni cellulari, dove sembrano non esistere più
sentimenti di dolore o felicità, ma solo un grande sole
sorridente. "Back on the street I saw a great big smiling
Sun / It was a Good day and Evil day and all was bright and
new / And it seemed to me that most destruction was being done
/ By those who could not choose between the two". Ed è
suo l'irrequieto cercare di "Hallelujah", suo il disperato
appello di "Fifteen Feet of Pure White Snow", sua
la meditazione su un mondo in disfacimento in "God is in
the House". Mai - forse - Nick Cave aveva rivelato così
scopertamente il centro della sua anima: "Love Letter",
"Sweetheart Come", "We Came Along This Road"
sono autentici trattati sull'amore, sull'unica cosa al mondo
che in un secondo può trasformare il lutto in vita, la
serenità in tragedia, la disperazione in pochi attimi
di apparente felicità. Perché "It's a safe
and easy pleasure / It seems we can happy now / It's late but
it ain't never". Fino a che la morte, bella e sorridente
nella luce solare del cimitero di "Gates to the Garden",
viene a impossessarsi definitivamente di quei sentimenti terreni
che credevamo essere eterni. "Fugitive fathers, sickly
infants, decent mothers / Runaways and suicidal lovers / Assorted
boxes of ordinary bones / Of aborted plans and sudden shattered
hopes / In unlucky rows, up to the gates of the garden".
Detto sommariamente dei testi, resta da parlare della musica.
Fedele specchio di indicibili sofferenze e di salvifiche visioni,
"No More Shall We Part" raggiunge vette di sublime
bellezza con un dispiego strumentale senza precedenti, a cui
contribuiscono i magnifici arrangiamenti orchestrali di Mick
Harvey e Warren Ellis. E proprio il ruolo mai così protagonistico
del violinista dei Dirty Three sembra essere una delle mosse
più azzeccate di quest'autentico dramma in musica: mesmerica
e sontuosa, "Hallelujah" (una risposta a Leonard Cohen?)
sembra arrivarci direttamente da una terra di fantasmi, con
le voci di Anna e Kate McGarrigle che s'intrecciano a quella
di Cave in un finale davvero difficile da dimenticare. Anche
"And No More Shall We Part", "Love Letter",
"Sweetheart Come" e "We Came Along This Road",
struggenti e impregnate di malinconia, sono condotte su orchestrazioni
eleganti e visionarie, che vanno a contrappuntarsi con il piano
e la voce di Cave per risultati di sconvolgente fascinazione.
Se ci si chiede che fine abbia fatto il Cave "maledetto"
di "Murder Ballads" ecco "Fifteen Feet of Pure
White Snow", tutta giocata sui tempi quasi punk dettati
da Blixa Bargeld, Martyn Casey e Thomas Wydler. E i tempi in
crescendo sono in primo piano anche nell'intensissima "Oh
My Lord", forse l'episodio più sofferto, dove Cave
incrocia misticismi da canto sacro con un'irruenza "rabbiosa"
che non si sentiva dai tempi dei Birthday Party. Per le angosciose
meditazioni di "God is in the House", "The Sorrowful
Wife", "Gates to the Garden" e "Darker with
the Day", però, si torna a tonalità crepuscolari
e meditative, talvolta pronte ad esplodere in tutta la loro
teatralità come nel sussurrato di "God is in the
House", o nell'improvvisa accelerazione di "The Sorrowful
Wife", oppure a suggerire una pacata rassegnazione come
nel funereo incedere classicheggiante di "Gates to the
Garden" o nel memorabile finale di "Darker with the
Day". Qualcuno, recentemente, è arrivato a muovere
a Nick Cave accuse di "imborghesimento", o addirittura
di tradimento nei confronti di un percorso artistico che, partito
da istanze fortemente antagoniste, ha finito per trasformarsi
nell'icona stessa del cantautorato classico. Bene, inviteremmo
tutti i detrattori del cantautore australiano ad ascoltare "No
More Shall We Part". E a riconsiderare attentamente il
significato di una carriera che, nonostante le mille traversie,
non ha mai subito un cedimento. Sembrerà banale retorica,
ma mai come in questo caso la Via dell'Eccesso ha portato al
Palazzo della Saggezza.
Maurizio
Marino