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PEDRO THE LION - "Winners never quit" (Jade Tree / Goodfellas)

La canzone che apre l'album ("Slow and steady wins the race"), con quel suo suggestivo gioco di chiaroscuri acustici, può farci pensare ad una ballata medioevale. E questa è davvero un'ottima partenza per immergersi nelle atmosfere crepuscolari e malinconiche di "Winners never quit", opera seconda dell'americano Pedro The Lion, al secolo David Bazan, già autore due anni orsono dello splendido "It's hard to find a friend". La "scuola della lentezza", come forse avrete capito, è la stessa dei vari Smog, Bonnie Prince Billy, Sophia, ma nella musica di Pedro The Lion sono evidenti anche gli influssi dell'emo core più evoluto targato Van Pelt, Karate, Secret Stars che fanno di quest'album un'autentica "gemma nascosta" da custodire gelosamente nella propria discoteca delle emozioni. Quel che balza subito alle orecchie, infatti, è una musicalità molto più "calda" e partecipe rispetto agli artisti appena citati, che si estrinseca tanto nelle ballate più soffuse e intimistiche (splendide, in particolare, "To protect the family name" e la nerissima title track posta in chiusura d'album) quanto nei momenti più movimentati, che rivelano un Bazan ottimo erede del miglior post punk americano (si ascolti l'accoppiata "A mind of her own" - "Never leave a job half done" che sembra presa dal periodo d'oro dei Nirvana) e decisamente a suo agio pure nei disegni chitarristici più propriamente indie (eccellente, in tal senso, "Simple economics" con il suo incedere epico volutamente fuori moda…). Dal punto di vista lirico, Bazan, al pari di Callahan, Oldham e Proper Sheppard, non lesina certamente in tristezza, ma nelle sue rime da perdente è possibile scorgere un'acida ironia "sociale" capace anche di farci sorridere, tra storie da B-movie (il figliol prodigo - assassino di "Bad things to such good people", cresciuto in una famiglia nobile e rispettata) e cronache di quotidiana "anormalità" (la campagna elettorale di "Simple economics", il povero ubriacone di "To protect the family name") che appartengono fino all'osso a quel tetro, melodrammatico palcoscenico che è l'America più periferica e anonima. Ancora un viaggio negli inferi dell'anima, dunque, da mettere accanto ai film di Gus Van Sant e ai libri di Jim Carroll. E un piccolo grande disco che, prima di ogni altra cosa, ci suggerisce delle emozioni. Che di questi tempi - credete - non è poco…

Maurizio Marino

Sito Internet: www.jadetree.com/band-pedro.html

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