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SIGUR ROS - "Agaetis Byrjun" (Pias / Self)

Meraviglia allo stato puro. D’accordo, potrebbe anche sembrare eccessivo, ma vi assicuro che "Agaetis Byrjun" è uno dei dischi più emozionanti che abbia ascoltato nella mia umile carriera di recensore. Non ci sono davvero parole, infatti, che possano tentare di svelare la maestosa fascinazione che scaturisce dai solchi di quest’album, terzo capitolo (ma solo il primo ad essere distribuito in tutta Europa) del romanzo sonoro firmato dagli islandesi Sigur Ros, vero "fulmine a ciel sereno" capace di imprimere una scossa memorabile all’intera scena indie rock.

Assolutamente impossibili da classificare sotto un’etichetta di genere (e questa, se qualcuno non l’avesse capito, è l’unica dote che distingue le band autenticamente epocali dalle band ordinarie…), i quattro folletti nordici hanno dato alle stampe un’opera che, dal primo all’ultimo istante, respira un’aria "aliena" ma clamorosamente terrestre, lontana da ogni referente noto (vengono in mente i Pink Floyd, il kraut rock, i Radiohead, le band della 4AD, Wagner, il folk celtico, Stockhausen, ma poi tutto si fonde e muta forma) eppure allo stesso tempo familiare, quasi si trattasse di una musica ancestrale conosciuta in chissà quale vita precedente…

Ed ecco allora il lungo crescendo ipnotico di "Svefn-G-Englar" dove facciamo conoscenza con l’ammaliante cantato in falsetto di Jonsi, aedo di questa nuova epopea nordica che ha molto del divino ma anche del tecnologico. Ecco poi "Staralfur", magistrale trionfo d’archi che riecheggia struggenti atmosfere ottocentesche, forse uno dei brani più "romantici" (in senso byroniano…) che ci sia mai stato dato d’ascoltare in ambito rock. La chiaroscurale "Flugufrelsarinn" nella quale si materializzano i paesaggi magici e lunari di quell’Islanda che tanta parte ha avuto nella genesi di quest’opera. "Ny batterì", altra geniale perla sonora che, dopo un avvio in rarefatto ambient jazz, inizia a salire scale su scale fino a ribaltare l’assunto iniziale con un finale solenne da fanfara balcanica. "Hjartad hamast", abile rilettura di certe atmosfere pop che fa pensare a come potrebbe essere la lounge music di un altro pianeta.

Ma non siamo che a metà dell’opera quando, già sicuri di aver ascoltato tutto il possibile, dobbiamo ricrederci al cospetto di due gioielli di assoluta bellezza, capaci di riconciliare anche i critici più intransigenti con il potere seduttivo della musica. "Vidrar vel til loftarasa" è semplicemente sublime: solo le pietre, probabilmente, non riuscirebbero a commuoversi davanti al magico incedere di pianoforte e violino che, dopo aver duellato in un paesaggio sonoro di rara suggestione, vanno a tuffarsi in un improvviso, malinconicissimo vortice orchestrale che sembra voler replicare l’attimo stesso della Creazione. O dell’Apocalisse. "Olsen Olsen", invece, dopo un avvio oscuro e mogwaiano dominato dal basso e da vocalizzi dolenti, si trasforma in un’ancestrale, indescrivibile ninna nanna cinematica che sembra giocare direttamente con le nostre sinapsi cerebrali evocando fiabe infantili, epopee cavalleresche e canti di guerra fino ad esplodere in un finale hollywoodiano clamoroso ma perfettamente coerente.

A concludere degnamente un album che dovrebbe essere citato nei testi di storia della musica del prossimo futuro, ecco poi la cameristica "Agaetis Byrjun" che riporta le atmosfere a una dimensione quietamente rarefatta. Ed infine la crepuscolare "Avalon", terra magica, approdo, capolinea di un percorso che si prospetta realmente memorabile.

Il disco dell’anno, o forse qualcosa di più.

Maurizio Marino

Sito Internet: www.sigur-ros.com

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