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SMOG - "Dongs of sevotion" (Domino / Self)

Eccolo di nuovo qua, mister Bill Callahan. Questa volta alle prese con le sue "canzoni di devozione". Ma no, nessuna crisi mistica in atto: dietro la copertina "ecclesiastica" e il titolo decisamente ambiguo ("Dongs of sevotion" è un gioco di parole intraducibile e in slang vuol dire qualcosa di più scurrile di quel che si possa pensare…), si cela infatti lo stesso Smog di sempre, forse più ironico del solito, ma certamente non riconciliato. Se nel precedente "Knock knock", infatti, erano apparse evidenti le prime, malcelate aperture a sonorità più vivaci rispetto ai "disperati" esordi, "Dongs of sevotion", addirittura, potrebbe lasciare spiazzati visto che, ad una prima impressione, può apparire come un tentativo di "adescare" gli ascoltatori più distratti con un insieme di sonorità clamorosamente varie e rockeggianti, più vicine a Lou Reed o a Neil Young piuttosto che alle nebbie malinconiche di Nick Drake. No, non abbiate paura: Callahan non è mai stato un personaggio da prendere in parola e, ad un ascolto più attento, il cantore della solitudine e dell'oscurità viene fuori con uno stile straordinariamente maturo che trova la propria forza nella collaborazione con John McEntire e Jeff Parker, menti dei Tortoise, che danno a questo lavoro una coloritura molto più netta e definita che in passato. Introdotto dai ritmi quasi disco di "Justice aversion", l'album si sviluppa tutt'altro che lineare tra citazioni reediane (davvero magistrale - anche nell'ironicissimo testo che sembra strappato a Woody Allen - "Dress sexy at my funeral") e giri di chitarra ai limiti del metal (sorprendente il durissimo riff di "The hard road"), improvvise esplosioni di country "malato" ("Distance", tra Johnny Cash e i Suicide) ed interventi di pura goliardia americana ("Bloodflow", il cui ritornello è scandito da un gruppo di cheerleaders, ovvero le ragazze urlanti dei rodeos…) che sembrano volerci portare chissà dove. Ma poi, nelle pieghe dell'album, ecco lo Smog crepuscolare e disincantato che ci ricordavamo, ecco le storie dolorosamente autobiografiche di "Nineteen" e "Devotion", ecco le fughe pianistiche eteree e fantasmagoriche di "Easily led" e "Cold discovery". Ed ecco, in ultima posizione, quello che forse è il capolavoro del disco: il delirio macabro - surreale di "Permanent smile" che, tra un incedere epico di percussioni e un piano preparato alla John Cage, ci narra il disfacimento del corpo umano dopo la morte... Chi aveva parlato di un Callahan più ottimista?

Link utili: www.dominorecordco.com/art/smog/smog.html

Maurizio Marino

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