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YO LA TENGO - "And then nothing turned itself inside-out"

(Matador/Wide)

Giunti al traguardo del decimo disco, gli Yo La Tengo sono senza dubbio una delle realtà più vitali e "pure" della scena indie rock americana. Il sodalizio con il regista underground Hal Hartley e una certa notorietà nei giri che contano (limitatamente all'America), infatti, non hanno minimamente inficiato il raffinatissimo songwriting di Ira Kaplan, capace di passare dall'elettronica minimale alla più radiosa folk ballad con una grazia e un'abilità che non hanno eguali. "And nothing turned itself inside-out", ultima fatica dell'"ensemble familiare" di Hoboken (che oltre a Kaplan comprende la compagna di sempre Georgia Hubley e il corpulento amico James McNew), dunque, non fa che confermare quanto di buono emerso in passato e, anzi, ne amplia gli orizzonti dando vita a un disco di non immediata fruibilità ma dal fascino profondo e magnetico. Una sorprendente via di mezzo tra complesso e semplice: questa, infatti, è la prima impressione che si può avere all'ascolto di un album che, partendo dalle consuete atmosfere folk noir di brani come "Everyday" o "The last days of disco" riesce ad approdare a tesi specularmente opposte quali "Saturday" (che ha tutto il sapore dei mantra inquieti e ipnotici alla Joy Division / Arab Strap) o "You can have it all" (che è addirittura la cover di un pezzo di Patrick Hernandez, re della discomusic anni '70). Tutto questo senza dimenticare un retrogusto jazz crepuscolare che, più ancora che in passato, emerge in tutta la sua suggestione in brani come "Our way to fall" e "The crying of Lot G" e poi sfocia in clamorosi echi di lounge alla Stereolab come in "Let's save Tony Orlando's house", "From black to blue" e "Madeline". Senz'altro gli Yo La Tengo hanno già firmato uno dei dischi più affascinanti del 2000, una di quelle gemme dal fascino duraturo che, al pari di meraviglie quali "Ok Computer" dei Radiohead o "Deserter's songs" dei Mercury Rev, finirà per manifestarsi nelle sue sfumature più interiori solo dopo ripetuti e attenti ascolti. E se l'album, quasi a rimettersi in discussione, si conclude con "Night falls on Hoboken", una cavalcata psichedelica lunga 17 minuti e 41 secondi, vorrà dire che l'invito degli Yo La Tengo è quello di ascoltare senza compromessi, non facendosi prendere dalla fretta né tantomeno da quell'ansia di sintesi che spesso ha finito per rovinare le aspettative verso molti lavori del rock recente. Che sia un suggerimento a tornare al significato originario della musica come forma di meditazione?

Maurizio Marino

Link utili:

http://www.matadorrecords.com/yo_la_tengo

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