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Bonnie Prince Billy, sulle onde dell’oscurità

Certo, potevamo anche scrivere Palace. O il suo vero nome, Will Oldham. Da qualunque prospettiva lo si guardi, comunque, il songwriting del "solitario di Louisville" rimane uno degli esiti più alti del cantautorato americano degli ultimi anni. Sfatando in parte il mito che lo vorrebbe scontroso e chiuso in se stesso, abbiamo scambiato qualche parola con lui in occasione di un recente live piemontese…

Nella musica ci sono leggende che, forse, andrebbero sfatate. Prendete ad esempio Will Oldham: da uno che ha fatto della malinconia e dell’introspezione le sue fonti ispirative per antonomasia, sarebbe più che legittimo aspettarsi una totale ritrosia a rilasciare delle interviste o, peggio ancora, un odio viscerale nei confronti della stampa magari colpevole di travisare i suoi drammi interiori per dare in pasto al pubblico interpretazioni parziali e del tutto inattendibili…

Niente di tutto ciò: Will Oldham, incontrato subito dopo un intensissimo live tenuto al Capolinea di Entracque (Cn) con il nome di Bonnie Prince Billy Quartet, è più che disponibile a parlare e a dare chiarimenti su questo o quel disco, a patto però che non gli si chieda di raccontare le proprie emozioni. Quelle - lo sappiamo - sono accuratamente nascoste nei solchi dei suoi cd e per comprenderle appieno abbiamo bisogno di una stanza in penombra, di uno stereo e di una capacità di ascolto per una volta lontana dalle distrazioni e dai ritmi che ci impone la routine quotidiana.

Visto che stasera ti sei presentato come Bonnie Prince Billy, iniziamo a parlare dell’album che hai pubblicato con questo nome, "I see a darkness", uscito nel ’99. Mi sembra che questo disco metta in scena una sorta di evoluzione sonora, specie se confrontato a episodi maggiormente ancorati al country che comparivano in tanta parte dei lavori a firma Palace…

Sì, è possibile, ma di solito io non guardo queste cose: scrivo e basta. Durante la composizione di "I see a darkness", comunque, ho ascoltato parecchio Bruce Springsteen e Bob Marley.

Tra le canzoni dell’album sono rimasto particolarmente colpito dal testo della title track, uno dei brani più emozionanti che abbia mai sentito su un sentimento difficile da descrivere come l’amicizia…

Ah, quella canzone è anche una delle mie preferite. E’ molto personale e mi è venuta così, di getto, una notte, e l’ho messa sul disco nella sua prima versione.

In episodi come "Madeleine Mary" o "Nomadic revery", invece, è evidente un’immersione nelle leggende popolari dell’America più rurale…

Sì, sono le storie che mi raccontava mio nonno, quando ero un bambino. Sai, in un posto come Louisville…

Una domanda banale ma che viene spontanea. Perché nella tua discografia hai fatto ricorso a nomi sempre differenti come Palace Brothers, Palace Music, Palace Songs, Bonnie Prince Billy e, finalmente, Will Oldham?

Non c’è una ragione precisa. Forse solo perché ogni disco ha la sua identità e sarebbe un peccato chiamarli sempre nello stesso modo. [Ma non ci sono già i titoli a diversificarli? La polisemìa di Oldham continua a rimanere un mistero… Ndr]

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