R.E.M.
- "The Best Of - In Time - 1988-2003"
Lo
dovevano, ma non certo a loro stessi. Proprio loro, infatti,
che da quel lontano 1991 si erano dichiarati a milioni di
persone con "Out Of Time", mandano alle stampe un’antologia
dal titolo paradossale, "In Time", la cui genesi
pare da subito segnata da note dissonanti che poco hanno a
che fare con l’etica di una band fin troppo collaudata
per premettersele. Note che sembrano in tutto e per tutto
appartenere alle logiche discografiche della Warner Bros.,
che con Stipe e compagni vanta la bellezza di tre lustri.
Date le premesse, si spiega allora come tra i solchi dell’antologia
trovino sì spazio tra le cose migliori dal 1988 in
qua, ma che tutto sommato sono quasi gli stessi ‘consigli
per gli acquisti’ che a loro tempo avevano già
avuto abbastanza gloria via etere, magari più per scelte
di mercato che altro: cose che, con le parole di chi conosce
il gergo, sono fra le più "automatic for the people".
Chi ha da ridire sulla scelta di "Man On The Moon"
ed "Everybody Hurts" (da "Automatic For The
People")? E di "Losing My Religion" (da "Out
Of Time")? Per non parlare dell’inedito (!) "Bad
Day", più un tentativo maldestro di far resuscitare
"It’s The End Of The World As We Know It"
da un periodo, quello pre-‘88, che in un’operazione
del genere, per le ragioni di cui sopra, non può trovar
spazio.
E’ vero, non è tutto qua. Ma per ritrovare le
ragioni della band di Athens bisogna aspettare il CD2, quello
delle rarità, quello che a conti fatti risulta nulla
più che un’appendice a tiratura limitata nell’estremo
tentativo di supplire alla prevedibilità dell’operazione
antologica. Qui però ha almeno inizio un’altra
storia, quella ‘fuori dal tempo’ che lega i R.E.M.
ai loro fan di sempre.
Gian
Fulvio Nori